tuttavia, il miglior concime per una terra economicamente rigogliosa sono le energie intellettuali che il tempo sedimenta. La possibilità di trarre dalla lunga storia della civiltà italica gli elementi che, miscelati innovativamente, potrebbero riplasmare la nostra economia, è un’opportunità ben più significativa rispetto al confinare il tema economico dentro il racconto breve che fa coincidere la giovane statualità italiana con lo sviluppo industriale degli ultimi 150 anni. Quindi, per affrontare le sfide economiche che ci propone il futuro, occorre partire dal superamento di una statualità debole, territorialmente limitata e carente di storia, per rideclinare l’identità “italiana” in una più profonda e globale civiltà “italica”(nota 1). Questo significa, oltre che ridefinire la statualità in una logica più aperta e meno centralista, anche abbandonare le visioni “nazionali” di derivazione esclusivamente territoriale. Capire che la nostra identità nazionale è qualcosa che supera i confini del Paese e abbraccia un reticolo di interessi globalmente diffusi e simbolicamente riconducibili alla lunghissima storia civile della nostra penisola, diventa il presupposto per uscire dal cerchio ristretto di una “storia italiana” che, dopo un secolo e mezzo, sembra aver esaurito la propria spinta propulsiva (nota 1) .
Se dalla storia bimillenaria della cultura italica si possono trarre le fondamenta per il nostro futuro, è certo che questo si incarnerà nei vitalismi ancora acerbi delle giovani generazioni. La questione giovanile è centrale nell’avviare un percorso che sappia affrontare con successo le sfide del tempo. Confinati in una sorta di riserva marginale il cui unico desiderio si suppone debba essere un salario appena un po’ più duraturo (in proposito, si vedano le tabelle a fine capitolo), i giovani oggi sono costretti a guardare il mondo da un punto di vista espropriato di qualunque prospettiva. Non c’è da stupirsi se da questi meandri emerga un pensiero poco lucido. Nonostante il pieno e consapevole possesso degli strumenti e delle forme della comunicazione, infatti, l’internazionale giovanile del precariato non riesce a portare il pensiero oltre la propria sofferenza e, così, si limita a recitare scolastiche litanie di antica fattura classista che si dissolvono nell’impraticabilità della ricetta neo-operaista. La sconfitta sociale dei giovani non è priva di conseguenze generali. In una società che marginalizza i giovani la paura del futuro si diffonde. I giovani sono gli adulti di domani e la loro deprecabile condizione dell’oggi viene percepita come il peggiore dei presagi di sventura. Migliorare la condizione esistenziale dei giovani è fondamentale. Purtroppo, però, il loro problema non deriva dal prevalere di una sorta di sadismo gerontocratico verso le giovani generazioni. Anzi, a partire dai vecchi, tutti pensano al bene dei giovani. Tuttavia, questa “benevolenza”, nel momento in cui viene interpretata dai soggettivismi delle generazioni adulte, produce solo il vano e sciagurato tentativo di inserire le speranze dei giovani in un quadro che si sta dissolvendo, a partire da un mercato del lavoro totalmente rimodellato sotto i colpi dell’automazione e della delocalizzazione. Aiutare i giovani non significa, allora, imporre una velleitaria agenda fondata sul ripristino delle stabilità lavorative (peraltro, non sarà un caso che la sindacalizzazione negli epicentri del lavoro precario non produca alcun risultato di diffusione e credibilità), bensì valorizzare al massimo quel capitale di esperienze molteplici che oggi caratterizza pressoché ogni curriculum vitae della generazione tra i 25 e i 35 anni. Proprio perché l’efficace volatilità dei percorsi delle giovani generazioni pone un problema di inadeguatezza alla staticità che caratterizza gli stretti ingressi residuali nell’economia tradizionale, è un errore continuare a voler forzare un meccanismo che produce solo il rigetto del “corpo estraneo”. Anche se - per pura ipotesi - non vivessimo in un Paese dove il familismo amorale caratterizza ogni meccanismo di selezione cooptativa, i giovani dovrebbero comunque volersi allontanare dall’economia che si sta dissolvendo e reclamare con decisione possibilità concrete di accedere a circuiti low cost per l’abitare, il credito, la socialità e i bisogni culturali. Solo così, i giovani riusciranno a non disperdere quel capitale immateriale che può dar corpo all’economia di domani attraverso la realizzazione di idee, saperi e vocazioni. La riuscita di un progetto “generazionale” diviene il miglior banco di prova per attivare i nuovi paradigmi economici che si dovranno fondare sulla libertà delle nuove generazioni di inseguire visioni sempre più avanzate.
Rendere concreto questo passaggio non è poi così difficile: è sufficiente che, a livello di singoli territori (Comuni con più di 500 mila abitanti o aree vaste coordinate dalle Regioni), si comincino a declinare possibilità concrete sul tipo di quelle che hanno reso Berlino una città densa di comunità creative informali. La capitale tedesca, grazie alla scelta di non “mercatizzare” eccessivamente le opzioni abitative e i circuiti culturali rivolti ai giovani, è rapidamente divenuta uno dei fulcri della creatività globale, ponendo le condizioni per un duraturo rifornimento di idee alla macchina produttiva germanica. L’economia creativa della capitale tedesca, con un fatturato annuo di 19 miliardi di euro, si sviluppa attraverso un meccanismo virtuoso fatto di libertà creativa, osmosi con la ricerca universitaria, accessibilità al credito e al capitale di rischio e, infine, presenza diffusa di circuiti low cost che permettono ai giovani di sottrarsi dalla spasmodica necessità di alti redditi individuali. Attraverso qualche decina di “progetti Berlino” l’Italia sarebbe in grado, in pochi anni, di scoprire giacimenti di idee che derivano dalla concreta possibilità esistenziale di non restare imprigionati nelle gabbie lavorative tradizionali. La creazione di ambienti di questo genere (di cui la Silicon Valley rappresenta una evoluzione aziendalizzata) è il passo propedeutico alla nascita delle progettualità destinate a divenire la nostra economia di domani. Se chi si occupa del futuro di questo paese, dalla classe dirigente politica alle generazioni più giovani che questo futuro lo incarneranno, cominciasse a capire che il domani non si costruisce rimpiangendo le scomparse forme dello ieri, allora calerebbe finalmente il sipario sulla litania della precarietà e si comincerebbero a sviluppare tutte le possibilità che un mondo agile e mobile può offrire al nostro futuro. Ma attenzione, il significato di queste parole cambia profondamente a seconda di chi le pronuncia. Solo quando sentiremo i giovani reclamare nelle piazze questa esigenza di libertà, allora potremo considerarli fuori dalla sindrome depressiva che ora li attanaglia. Finché, invece, saranno solo le bocche adulte della Confindustria (o di altri centri di interesse specifico) a reclamare l’esplosione della libertà, dovremo continuare a dubitare sul fatto che questa rivendicazione di libertà sia in grado di declinarsi su uno spettro ampio della condizione esistenziale. Le istanze di libertà, per produrre meccanismi sociali realmente diffusi, non possono limitarsi alle liberalizzazioni definite dagli interessi costituiti. Anzi, proprio l’agenda “ortodossa” delle liberalizzazioni rischia di divenire, in un’Italia avvolta dal reticolo corporativo, un grave passo falso che produce solo variazioni degli assetti proprietari su mercati inalterati e non – come invece dovrebbe essere – “nuova domanda che apre nuovi mercati”. Nel nostro Paese, una vera agenda delle libertà rappresenta una sfida del coraggio ancora molto lontana. Quindi, solo i giovani possono essere considerati portatori sani di una progettualità futura incardinata nella libertà di pensare e fare, ma lo devono prima capire e poi autenticamente volere. Finché, invece, il mantra lavorista del posto fisso continuerà a essere ritenuta la soluzione, saremo condannati ad assistere a una sorta di viaggio indietro nel tempo che ci riporta all’inizio degli anni’80, quando le tesi operaiste di un fordismo declinante venivano sostituite dalle opzioni liberiste che aprivano spazi nella direzione di un superamento del luogo di lavoro dalla “culla alla tomba”. Occorre essere consapevoli che il futuro ci pone problemi, in ordine al lavoro delle giovani generazioni, che non possono essere affrontati con dialettiche che il tempo ha già sepolto. Un nuovo paradigma per un progetto “generazionale” deve puntare a sottrarre i giovani da un’opzione lavorista destinata a renderli “carne da macello” della concorrenza globale, non certo per preservarli nell’ovattata irresponsabilità del sostegno famigliare o del reddito di disoccupazione, ma per dar loro la possibilità concreta di mettere “in coltura” quei semi creativi e progettuali che l’italico genius loci ha affidato alle loro vite. Perché ciò avvenga non sono necessarie grandi rivoluzioni, ma è sufficiente destinare le risorse fiscali oggi sacrificate in favore degli incentivi al lavoro giovanile, verso scelte che salvaguardino le giovani generazioni dalla mercatizzazione estrema di bisogni essenziali come l’abitare, la mobilità, la cultura e il credito.
Se abbiamo visto, nel capitolo precedente, come le condizioni reali del nostro benessere materiale ci impediscano di prendere sul serio la pauperistica retorica del “non arrivare alla fine del mese”, tuttavia, il principale elemento critico dell’Italia di oggi riguarda l’incapacità collettiva di metabolizzare la necessità di una fuoriuscita dal modello economico novecentesco fondato sull’idea che l’aumento del PIL generi le condizioni della piena occupazione del fattore umano. L’inceppamento dell’equazione “sviluppista” oggi è talmente evidente da rendere assolutamente colpevole la testardaggine con cui si continua a tentare di rimettere indietro le lancette dell’orologio della storia. Ogni razionale scelta d’investimento oggi spinge il sistema delle imprese verso processi di automazione labour saving o verso processi di delocalizzazione produttiva. Nell’economia globale in cui è immerso un Paese avanzato come il nostro, lo sviluppo misurato dal PIL non genera più occupazione significativa (tantomeno “locale”) e finisce per coincidere con un semplice incremento dei profitti. Questo fatto è certamente utile nell’ottica della singola impresa. Tuttavia, nel sistema economico generale, una crescita sostenuta esclusivamente dai profitti aziendali contribuisce ad aggravare quella malattia di finanziarizzazione di cui oggi si percepisce con chiarezza la pericolosità. I sostenitori di questa logica “sviluppista”, a destra come a sinistra, continuano invece a pensare che la crescita dei profitti e il moltiplicatore keynesiano del deficit spending siano elementi indispensabili per innestare un circolo virtuoso di sviluppo economico attraverso l’ incremento del reddito complessivo che si riversa sui consumi. Questa tortuosa dinamica, oltre ad assomigliare tremendamente alla follia che ha incancrenito il nostro dualismo territoriale ( un trasferimento di denaro al sud finalizzato esclusivamente a sostenere tassi di consumo in grado di assorbire la produzione collocata al nord), si volatilizza con la globalizzazione delle economie. Anche se ci trovassimo di fronte a dinamiche efficienti e virtuose molto diverse rispetto a quelle che hanno caratterizzato l’intervento nel Mezzogiorno, la realtà ci dice che nelle economie interconnesse globalmente i mercati domestici perdono di senso e la crescita trainata dai consumi diffonde i propri benefici in maniera territorialmente non localizzabile. Noi già viviamo in una “economia mondo”, quindi il problema non è pensare ingenuamente di delimitare gli effetti positivi alla superficie definita dai nostri confini territoriali, ma essere uno dei “nodi protagonisti” della rete economica globale. Peraltro, è curioso che mentre si reclamano insistentemente riforme di sistema nella direzione di un adeguamento alle strutture economiche globalizzate (aperture, liberalizzazioni, minori rendite corporative ecc.), allo stesso tempo si continui a credere che lo sviluppo del PIL italiano possa avere una ricaduta non altrettanto globalizzata. Insomma, il problema non si risolve con la statistica fuorviante di indicatori come il PIL, ma con una valorizzazione quantitativa e qualitativa delle risorse umane presenti nel Paese. Di fronte a quasi 2 milioni e mezzo di disoccupati ufficiali e intere giovani generazioni private di una possibilità concreta di valorizzare i propri saperi, il ceto politico-istituzionale dovrebbe sforzarsi di trovare – in sintonia con quanto sopra scritto in tema di progetto “generazionale” – strade originali che sappiano attivare un nuovo circuito di “sviluppo”. Il presupposto necessario, tuttavia, è che l’attività di governo sia capace di alzarsi sopra la demagogia che sacrifica ogni scelta reale all’esigenza del consenso e a quel malinteso management by figures che si illude “tecnicamente” di trasformare la realtà in indici quantitativi scritti su pezzi di carta.
Naturalmente, tutto quanto fin qui descritto non significa assolutamente che alla “crescita” si debba opporre la “decrescita”. Questa linea di pensiero reazionario, se può trovare ascolto nel sazio benpensantismo dei salotti televisivi, rappresenta il peggiore dei cibi avvelenati per le fameliche volontà di vita delle giovani generazioni. Quello che qui si vuole sostenere, sul tema imprescindibile della crescita, è che affidarsi semplicemente all’illusione che sia sufficiente incrementare il PIL è una scelta tecnicamente inadeguata, soprattutto se si condivide l’assunto che il principale problema italiano risieda nel continuare a non occupare o a male occupare importanti risorse di tempo, intelligenza e volontà di giovani e meno giovani. La soluzione al problema della limitata “valorizzazione” delle risorse umane presenti nel Paese nasce da un cambio di paradigma nella lettura dei fatti economici e non dal velleitario tentativo di restaurare uno scenario novecentesco che oggi si è definitivamente allontanato dall’Italia. Continuare - per insipienza o calcolo – a sostenere le retoriche di questo sterile tentativo, sia rispolverando quelle decrepite di un operaismo innestato su culture dirigiste, sia continuando a credere in quelle consunte di una modernizzazione mercatista, produce la messa in circolo di quei sentimenti cattivi e livorosi che, azzerando il patrimonio di fiducia del Paese, genera un inasprimento del conflitto sociale da cui possono scaturire solo ondate di odio e risacche di autoritarismo.
Nota 1: Approfondiremo la declinazione progettuale di questi aspetti nei capitoli XIII e XIV. In tema di “italicità”, i contributi politicamente più significativi vengono da Piero Bassetti e possono essere letti su www.globusetlocus.org
TASSO DI DISOCCUPAZIONE PER CLASSI DI ETA'
Venerdì 10 febbraio sarà online il terzo capitolo dal titolo “La crisi della statualità e della finanza pubblica”


Senza voler svilire la lunga ed interessante dissertazione sull'argomento che riguarda la delicata situazione economica che interesa il ns. Paese, colgo l'occasione per suggerire un argomento che sarebbe opportuno sollevare e sostenere per attirare l'attenzione del Governo, nella speranza che si possa considerare anche qualcosa di utile ed opportuno per rilanciare l'economia e le attività produttive.
RispondiEliminaQ U O T E
IL VOLANO PER LO SVILUPPO E LA COMPETITIVITà DEL PAESE
Si tratta della questione energetica ed in particolare della generazione elettrica in Italia, particolarmente sbilanciata nei confronti del Gas Naturale, a cui occorre porre rimedio per equilibrare il "Mix delle Fonti" allo scopo di ridurre il costo del kWh (notoriamente il più elevato d'Europa) e ridurre il rischio strategico per gli approvvigionamenti energetici, a tutto vantaggio della competitività Paese.
Purtroppo, a causa dell'abituale immotivato ostracismo da parte delle lobby ambientaliste nei confronti del Carbone (la prima fonte energetica utilizzata per la produzione elettrica in tutti i Paesi più ricchi e sviluppati del pianeta, con l'eccezione della Francia che ha scelto il Nucleare), vi sono ben 4 progetti di nuovi e moderni impianti a "Carbone Pulito", tecnologicamente molto avanzati (BAT), che sono in itinere da 4-5 anni ed hanno già ottenuto l'autorizzazione V.I.A. da parte della competente Commissione ministeriale (MATTM e MiSE), i cui cantieri di realizzazione non riescono a partire a causa delle varie azioni di contrasto messe in atto dai soliti Comitati locali, spalleggiati dagli ambientalisti.
Si tratta di opere strutturali fondamentali per il ns. Paese e di commesse per le opere di costruzione pari ad oltre 6 miliardi di Euro che darebbero un grande immediato beneficio alle tante imprese nazionali del settore delle costruzioni ed al rilancio dell'occupazione in diverse aree del Paese.
I progetti riguardano:
- la conversione della vecchia Centrale ad Olio Combustibile di Enel a Porto Tolle (RO) con 3 nuovi gruppi da 660 MW per un totale di 1.980 MW;
- la realizzazione di un nuovo gruppo da 460 MW presso la Centrale Tirreno Power di Vado Ligure (SV);
- la realizzazione di una nuova Centrale a Saline Joniche (RC) da parte del gruppo REPOWER-SEI con 2 gruppi da 660 MW per un totale di 1.320 MW;
- la realizzazione di un nuovo gruppo da 410 MW presso la Centrale E-On di Fiumesanto (SS), in sostiotuzione di due vecchi gruppi ad Olio Combustibile;
Si tratta di 4.170 MW di nuova potenza a "Carbone Pulito" particolarmente efficienti e tecnologicamente avanzati che consentirebbero di dare un significativo contributo a diversificare ed equilibrare il ns. "Mix" produttivo, riducendo la grande distanza nella generazione da Carbone che separa l'Italia dalla media della Ue27.
Oltre ai 4 progetti sopracitati, vi è anche quello che riguarda il SULCIS, dove l'Italia ha le uniche riserve di questo combustibile sul territorio nazionale che meriterebbero di essere opportunamente sfruttate, grazie alle nuove tecnologie oggi disponibili, il cui progetto è in attesa di una definizione da troppi anni e che per le sue caratteristiche innovative e tecnologicamente avanzate potrebbe rappresentare un esempio di valenza mondiale.
Come detto sopra, si tratta di oltre 6 miliardi di Euro che potrebbero subito essere messi in circolo dando un immediato significativo contributo al rilancio occupazionale ed economico, così sofferente in questa fase congiunturale e recessiva. Una risposta concreta e vincente sotto tutti gli aspetti che non può non essere sbloccata ed avviata con convinzione.
U N Q U O T E
Nella speranza di non avervi annoiato e che si possa presto uscire dai "luoghi comuni" che immotivatamente demonizzano questa importante Fonte di Energia primaria nel mondo, saluto cordialmente.
Rinaldo Sorgenti
Caro Sorgenti,
Eliminanon sono in grado di entrare nel merito della questione energetica che lei pone. Tuttavia, mi sento di condividere la sua sottolineatura sulla presenza, in tema ambientale, di una inossidabile retorica ambientalista che tende a ideologizzare gli approcci. Ripeto, pur avendo idee nel merito (che non sono molto distanti dalle sue) non intendo avviare una discussione superficiale, come accade quando i numeri vengono presi a pretesto per sostenere argomentazioni finalizzate a sostenere valori e interessi specifici. Mi limito a un cenno storico: la cultura ambientalista, da decenni presente in occidente e sacrosanta soprattutto nelle fasi di più intenso fordismo, diviene egemone e inattaccabile con il cambio degli assetti del potere statunitense da Bush ( e i correlati interessi su industria pesante e petrolio) a Obama ( e i correlati interessi di Itc e green economy). Ora, se questo cambio di assetti di potere ha un senso per gli Stati Uniti, il resto del mondo (noi compresi) se lo beve come fosse una verità rivelata e non una -seppur giustificata e necessaria - conseguenza della dialettica storica.
Una piccola riflessione che riguarda la tabella pubblicata sopra sulla disoccupazione giovanile:
RispondiEliminaMi pare di comprendere che i numeri si riferiscano ai giovani < 25 anni e spesso sentiamo enfatizzare dai MEDIA che la disoccupazione dei giovani supera il 30%.
Se non erro, in tale percentuale si comprendono i giovani dai 15 anni in su, quando sembrerebbe logico pensare che gli adolescenti ed almeno fino all'età di 18-20 non fossero da considerare nella categoria dei "senza lavoro". Almeno così mi augurerei, perchè sarebbe opportuno (peraltro normale ed abituale) che almeno fino alla conclusione delle scuole medie superiori costoro fossero degli STUDENTI, non dei "disoccupati".
Evitare quelle forzature potrebbe aiutare a non ingigantire numeri che comunque sono anche dopo "depurazione", sicuramente significativi.
Lei ha ragione nel sostenere che i media enfatizzano - inducendo a una cattiva comprensione del fenomeno - il tema della disoccupazione giovanile. Per darle una indicazione di quadro generale, tenga presente che la popolazione italiana tra i 15 e i 24 anni è di 6.070.000 persone. Di queste, 4.347.000 sono popolazione inattiva, cioè sostanzialmente studenti o giovani che non sono in cerca di lavoro. Quindi, la forza lavoro attiva (tutti i dati si riferiscono al 2010) è di 1.723.000 di cui 480.000, cioè il 27,9%, è disoccupata. In termini assoluti, tuttavia, i giovani disoccupati sono meno di mezzo milione su un totale che supera i 6 milioni. Purtroppo, la superficialità mediatica e la strumentalizzazione politica spinge a una percezione alterata di questi numeri. Con ciò, ovviamente, si tratta di numeri preoccupanti che vanno letti correttamente e a cui va data una risposta (come io cerco di motivare nel paper) meno banale di quella correntemente in uso.
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